13/04/2026

Nazionale nel caos: dimissioni, fallimenti e un sistema che non regge più

NAZIONALE ITALIANA ALLO SBANDO

C’è qualcosa che si è rotto. E questa volta non si può più nascondere dietro una partita sbagliata o un episodio sfortunato.

La Nazionale italiana non perde solo sul campo. Perde credibilità, perde identità, perde pezzi.

Negli ultimi giorni il crollo è diventato evidente a tutti. Non è più una sensazione, è una realtà certificata dai fatti. Dopo l’ennesima esclusione dal Mondiale — la terza consecutiva — è arrivata la resa dei conti.

E quando arriva la resa dei conti, arrivano anche le dimissioni.

Il primo a lasciare è stato Gabriele Gravina, presidente della FIGC, che ha rassegnato le dimissioni dopo il disastro sportivo e la pressione ormai insostenibile. (L’Espresso)

Subito dopo è arrivata quella che forse ha fatto ancora più rumore: Gianluigi Buffon, simbolo della Nazionale e capo delegazione, ha deciso di farsi da parte parlando apertamente di “atto di responsabilità”. (La Gazzetta dello Sport)

E poi c’è la figura più esposta di tutte, quella dell’allenatore.
Gennaro Gattuso, chiamato per dare carattere e identità, ha finito per rappresentare l’ennesimo ciclo fallito, arrivando anch’egli all’addio dopo risultati insufficienti e un progetto mai davvero decollato. (Sport Mediaset)

Tre figure diverse. Tre ruoli diversi. Un unico risultato: fallimento.

Quello che sta accadendo oggi non nasce in una notte. È il punto finale di un percorso iniziato anni fa, quando l’Italia ha smesso di qualificarsi ai Mondiali, quando i vivai hanno iniziato a produrre meno talento, quando il calcio italiano ha scelto scorciatoie invece di investire sul futuro.

Cambiano i nomi, ma il risultato resta identico, prima altri commissari tecnici, poi altri dirigent, ora Gravina, Buffon, Gattuso.  Eppure nulla cambia davvero.

Questo significa una sola cosa: il problema non sono le persone, è il sistema.

La Nazionale oggi sembra una squadra senza anima. Non c’è continuità, non c’è progetto, non c’è una direzione chiara. I giocatori cambiano, gli allenatori cambiano, ma manca qualcosa di più profondo: una visione.

Un tempo l’Italia aveva uno stile riconoscibile, una mentalità, una cultura calcistica forte. Oggi sembra inseguire, adattarsi, rincorrere modelli esterni senza mai trovare una propria identità.

E quando perdi identità, perdi tutto.

Forse il segnale più grave non è nemmeno la sconfitta. È l’indifferenza crescente.

Gli italiani continuano a tifare, ma non si riconoscono più. Non vedono più quella Nazionale come qualcosa che li rappresenta davvero. Non c’è più quella connessione viscerale che trasformava ogni partita in un evento nazionale.

E quando una Nazionale perde il suo popolo, ha già perso molto più di una partita.

Le dimissioni servono, sono un atto dovuto. Ma da sole non bastano.

Perché se dopo ogni fallimento si cambia solo chi è in prima linea, senza toccare ciò che sta dietro, il risultato sarà sempre lo stesso. Un nuovo ciclo, nuove promesse, nuove illusioni… e poi un altro crollo.

Il rischio è che queste dimissioni siano solo un modo per dare l’idea di un cambiamento che in realtà non c’è.

La verità è scomoda, ma ormai evidente. L’Italia non ha perso solo una qualificazione. Ha perso direzione.

E finché non si avrà il coraggio di ricostruire dalle fondamenta — dai settori giovanili, dalla cultura sportiva, dalla gestione — nessun nome, per quanto importante, potrà cambiare il destino.

Perché oggi il problema non è chi va via, ma è ciò che resta.

 

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