Le tre logiche dell’azione: chi rischia, chi resta e chi vola

Nel corso della vita, specialmente quando ci si trova davanti a una scelta importante, un nuovo progetto, una relazione, un investimento, un cambio di direzione professionale, si è soliti pensare che le persone si dividano in due grandi categorie: quelle che agiscono con la testa e quelle che agiscono con il cuore o la pancia. Da un lato i razionali, capaci di analizzare ogni variabile prima di muovere un passo.
Dall’altro gli impulsivi, che lasciano che l’emozione del momento li trascini verso l’azione, spesso senza un paracadute. La realtà, come spesso accade, è più complessa e affascinante di una semplice dicotomia. Esiste infatti una terza via, meno conosciuta e utilizzata, che rappresenta forse l’equilibrio più maturo a cui un essere umano possa aspirare quando si tratta di decidere.
Partiamo dalla prima categoria, quella che potremmo chiamare l’emotivo puro. Questa è la logica dell’impulso, la più antica e radicata nel nostro cervello. Gli studi di neuroeconomia, come quelli condotti da Antonio Damasio all’Università della California, hanno dimostrato che le emozioni precedono sempre le decisioni razionali: il cosiddetto “marcatore somatico” guida le nostre scelte ancor prima che la corteccia prefrontale abbia il tempo di elaborare i dati. In situazioni di emergenza, questo meccanismo è salvifico.
Nella vita quotidiana, invece, l’emotivo puro agisce e solo dopo ragiona. Compra, investe, si impegna, promette, sulla base di una scarica adrenalinica o di una speranza improvvisa. Poi, quando le conseguenze si manifestano, arriva il pentimento. Secondo una ricerca della rivista “Journal of Behavioral Decision Making”, circa il settanta per cento delle decisioni finanziarie impulsive porta a un rammarico entro sei mesi. L’emotivo puro brucia risorse, relazioni e opportunità. La sua vita è un susseguirsi di fuochi accesi e spenti in fretta, con il conto che arriva sempre a fine mese.
All’estremo opposto troviamo il “vulcaniano” puro, l’analista che senza garanzia assoluta non muove un dito. Questo approccio, apparentemente inattaccabile, ha un costo nascosto altissimo. Numerosi studi nel campo della psicologia decisionale, come quelli di Daniel Kahneman premio Nobel per l’economia, hanno dimostrato che la ricerca della certezza totale è la forma più subdola di paralisi (paralisi da analisi). Chi aspetta il cento per cento delle informazioni non agisce mai, perché il cento per cento non esiste nel mondo reale.
Il vulcaniano puro non sbaglia, è vero, ma non vince mai. Non coglie le opportunità che richiedono un piccolo salto nel buio, un investimento iniziale, una fiducia antecedente alla prova. Le statistiche sulle startup, raccolte da Harvard Business Review, mostrano che i fondatori che attendono più di sei mesi per lanciare un’impresa, cercando la sicurezza assoluta, hanno una probabilità di successo inferiore del quaranta per cento rispetto a quelli che partono con un piano di rischio calcolato.
La vita del vulcaniano puro è una prigione dorata di occasioni mancate: il lavoro che non ha mai chiesto, la relazione che non ha mai iniziato, il viaggio che non ha mai fatto.
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Le tre logiche dell’azione: chi rischia, chi resta e chi vola
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