05/11/2026

Gli italiani spendono di più ma comprano meno: i dati Istat

tgflash24_spesa_65kb

Gli italiani spendono di più, ma comprano meno: il paradosso di un Paese che si impoverisce

I nuovi dati sulle vendite al dettaglio fotografano una realtà preoccupante: gli incassi aumentano, ma i prodotti acquistati diminuiscono. E mentre le famiglie diventano più prudenti, anche i commercianti iniziano a sentire il peso della crisi dei consumi.

C’è un dato che racconta meglio di tanti discorsi la situazione economica delle famiglie italiane.

Secondo i numeri diffusi oggi dall’Istat, a settembre le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,6% rispetto allo stesso mese del 2025. Ma attenzione: si tratta del valore delle vendite, cioè degli euro spesi.

Se guardiamo invece alle quantità effettivamente acquistate, registriamo una diminuzione dello 0,1%.

In altre parole, nei negozi circola più denaro, ma si vendono meno prodotti.

Una differenza apparentemente piccola, che nasconde un problema molto più grande.

Il carrello della spesa racconta la verità

Pensiamo a una famiglia che entra al supermercato con un budget di 100 euro.

Se i prezzi aumentano, con la stessa cifra porterà a casa meno prodotti. E se vuole mantenere inalterate le proprie abitudini, dovrà spendere di più.

È questo il meccanismo che, nel tempo, può erodere il potere d’acquisto.

Non significa che ogni famiglia italiana stia diventando più povera. Ma significa che l’aumento degli incassi commerciali non corrisponde necessariamente a un miglioramento dei consumi.

Il dato diventa ancora più significativo osservando l’intero terzo trimestre del 2026: le vendite sono diminuite dello 0,3% in valore e dello 0,5% in volume rispetto ai tre mesi precedenti.

Un segnale che merita attenzione.

Non soffrono soltanto le famiglie

Quando i consumatori riducono gli acquisti, le conseguenze arrivano anche alle imprese.

Il piccolo commerciante deve continuare a sostenere affitti, bollette, personale, imposte e fornitori, anche quando entrano meno clienti.

E il problema rischia di alimentarsi da solo.

Le famiglie spendono meno, le imprese vendono meno, gli investimenti vengono rinviati e le opportunità di lavoro possono ridursi.

Nel frattempo, il commercio online continua a crescere: a settembre ha registrato un incremento dell’8,5% in valore rispetto a un anno prima.

Un cambiamento nelle abitudini di acquisto che rende ancora più complessa la situazione di molti negozi tradizionali.

Il problema non è soltanto l’inflazione

Il vero indicatore del benessere economico non è quanto denaro circola, ma quanto quel denaro permette di acquistare.

Per questo non basta osservare i fatturati o annunciare aumenti nominali degli stipendi.

Bisogna chiedersi se i redditi crescano abbastanza da sostenere il costo della vita.

Occorre intervenire sui fattori che pesano maggiormente sui bilanci familiari: energia, abitazione, trasporti e beni essenziali.

Allo stesso tempo, è necessario sostenere il commercio di prossimità e favorire investimenti che aumentino produttività e salari reali.

La riflessione finale

Ci siamo abituati a misurare l’economia attraverso miliardi, percentuali e indici finanziari.

Ma l’economia reale si misura anche davanti alla cassa di un supermercato.

Si misura nelle rinunce di una famiglia, nelle difficoltà di un piccolo commerciante e nella preoccupazione di chi lavora senza riuscire a mettere nulla da parte.

Un Paese non diventa più ricco semplicemente perché i suoi cittadini spendono più euro. Diventa più ricco quando, con il frutto del proprio lavoro, possono permettersi una vita migliore.

Ed è questa la differenza che la politica economica dovrebbe tornare a mettere al centro.