13/04/2026

Referendum 1987: verità, mito e la fiducia tradita nella giustizia italiana

REFERENDUM

Tra volontà popolare e compromessi legislativi, cosa è successo davvero alla responsabilità civile dei magistrati.

Era il 1987 e l’Italia non era solo un Paese, ma una coscienza collettiva ferita. Le piazze, i bar, le case: ovunque si respirava lo stesso sentimento. Rabbia. Incredulità. Voglia di giustizia.

Non era una protesta qualsiasi.  Era la risposta di un popolo a un errore che aveva scosso le fondamenta dello Stato: il caso Tortora. Un uomo distrutto da accuse rivelatesi infondate, un simbolo diventato carne viva del fallimento del sistema.

E allora gli italiani furono chiamati a decidere.

Gli italiani parlarono chiaro,  oltre l’80% dei votanti si espresse a favore della responsabilità civile dei magistrati. Un risultato netto, inequivocabile, figlio di un clima sociale segnato da uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana: il caso Tortora.

Sembrava l’inizio di una svolta.
Sembrava il momento in cui lo Stato avrebbe ristabilito un equilibrio: potere sì, ma anche responsabilità.

E invece, la storia ha preso una strada diversa.

Per comprendere davvero cosa sia accaduto, bisogna partire da un punto fondamentale: quel referendum non introduceva direttamente una nuova legge. Era un referendum abrogativo. In altre parole, cancellava alcune norme esistenti, lasciando al Parlamento il compito di intervenire per colmare il vuoto normativo.

E il Parlamento intervenne.
Nel 1988 venne approvata la legge n. 117, conosciuta come “Legge Vassalli”.

Ma è qui che si apre il vero nodo.

Quella legge stabilì che il cittadino non può agire direttamente contro il magistrato che sbaglia. Deve invece rivolgersi allo Stato, che solo successivamente – e in casi limitati – può rivalersi sul giudice.

Una costruzione giuridica che, di fatto, ha creato una distanza tra errore e responsabilità.

Da un lato, tutela l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto in ogni democrazia.
Dall’altro, però, genera una percezione diffusa di impunità.

E la percezione, in uno Stato di diritto, conta quanto la norma.

Perché la fiducia dei cittadini nella giustizia non si fonda solo sulle leggi, ma sulla sensazione concreta che chi sbaglia paghi davvero.
E quando questa sensazione viene meno, si crea una frattura.

Non è corretto dire che il referendum del 1987 sia stato ignorato.
Una legge è stata fatta. Una risposta istituzionale c’è stata.

Ma è altrettanto difficile sostenere che quella risposta abbia incarnato pienamente lo spirito della volontà popolare.

Da allora il tema torna ciclicamente nel dibattito pubblico.
Riforme annunciate, correttivi parziali, promesse di equilibrio tra autonomia e responsabilità.

Eppure la domanda resta ancora oggi sospesa:

può esistere un potere senza una responsabilità percepita come reale?

La giustizia è il pilastro su cui si regge la credibilità dello Stato.
E ogni distanza tra cittadino e sistema giudiziario, ogni sensazione di asimmetria, non è solo un problema giuridico. È un problema democratico.

Il referendum del 1987 non è solo una pagina di storia.
È uno specchio.

E forse, più che chiederci cosa è successo allora, dovremmo iniziare a chiederci cosa vogliamo oggi.